Le germoglianti

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Le germoglianti, più che piante, sono una combinazione di elementi eterogenei di cui la parte propriamente e sicuramente parallela non è che una parte minore. Manca a esse una vera Gestalt botanica, quella botanicità d’insieme che è una delle caratteristiche più appariscenti delle altre piante parallele.

Il nome “germoglianti” fu coniato da Jacques Inselheim, dell’Università di Strasburgo. Lo scienziato era talmente impressionato da alcune piante che aveva visto, durante un viaggio in Italia, all’Istituto Venturi a Cadriano, nei pressi di Bologna, che appena tornato in Francia raccontò in un articolo nella “Gazette de Strasbourg” il suo incontro con gli inconsueti vegetali. Le piante, di recentissima scoperta, non avevano ancora un nome e così, in un momento di debolezza romantica, certamente riprovevole da un punto di vista scientifico, egli le chiamò “germoglianti”. Inselheim, che molti anni prima aveva studiato biologia all’Università di Padova, ha una conoscenza perfetta della lingua italiana e avrebbe dovuto rendersi conto dell’equivoco che creava. Quando lo incontrammo l’anno scorso al Congresso di Baden Baden, ci facemmo coraggio e gliene parlammo francamente. Ma con gran candore lo studioso ci precisò che l’ambiguità del nome era stata una scelta assolutamente intenzionale e che egli era fiero di assumerne la completa responsabilità. Se è vero, disse, che “germogliante” indica chi genera germogli, è altrettanto vero che sono i germogli a germogliare. Inselheim fu colpito dalla coerenza fra l’assurdità di un verbo che può essere tanto transitivo che intransitivo e una pianta che sembra essere generata, come organo, da un’altra pianta, benché, in realtà, possegga una propria autonomia e completezza. «La germogliante» egli disse «è senza dubbio la più ambigua delle piante. Ed è giusto che abbia il più ambiguo dei nomi».

Le germoglianti (TAV. XXII) che Inselheim vide a Cadriano sono due. La prima sembra una grande zucca sollevata su una ventina di radici assai ruvide e irregolari, del tipo ambulans. Dalla vecchia scorza della cucumbra spuntano, irruenti e arroganti, una dozzina di piccoli obici, lucidi e perfetti: le germoglianti. Le altre germoglianti, anch’esse un gruppo di 12, germinano invece da un rizoma acquatico lungo una quarantina di centimetri, che è stato incluso in un blocco di poliefimerolo.

Dopo la sua visita a Cadriano, Inselheim acquistò da un botanico dilettante di Bologna una germogliante singola, che spunta da quel che sembrerebbe essere un frammento di roccia vulcanica della grandezza di un pugno, e che sinora non è stato ancora identificato. Egli ne fece dono alla sua Alma Mater, l’Università di Padova, in memoria del suo maestro professor Alfonso delle Serre.

I due gruppi di germoglianti di Cadriano sono quasi identici, anche se il contesto con gli elementi dai quali sembrano crescere è assai diverso. Quello più conosciuto, le Germoglianti di cucumbra, ha sollevato innumerevoli problemi e polemiche negli ambienti scientifici dove le piante hanno potuto essere studiate. Il rapporto speciale che fu preparato dalla facoltà di botanica di Bologna è in netto contrasto, infatti, con le opinioni dell’Istituto di Cadriano. Queste ultime partono dalla premessa scientificamente corretta, ci pare, che in botanica parallela non esistono i nessi organici fra le varie parti di una pianta. Quando le parti si presentano, come nel caso delle Germoglianti di cucumbra, in un rapporto apparentemente arbitrario, dovrebbero essere studiate separatamente, senza alcuna pregiudiziale, spiegando, se ciò sarà possibile, la loro coesistenza.

L’Istituto, seguendo questa impostazione di metodo, è giunto alle seguenti conclusioni. Le 12 germoglianti sono sicuramente e inequivocabilmente parallele. La continuità della sostanza interna, la inalterabilità morfologica, la tendenza alla polverizzazione per contatto e lo strano comportamento della loro immagine fotografica ne sono inconfutabili indizi.

La cucumbra madre, come la chiama Inselheim, non avrebbe invece i requisiti per essere qualificata parallela. Il fatto che la pianta sia stata scoperta nella campagna ferrarese, nelle vicinanze della Certosa di Pomona, in una folta siepe che cinge un campo coltivato a zucche, giustifica ragionevoli sospetti. Inoltre, esperimenti con la minipolarizzazione mostrano che la cucumbra reagisce ad agenti esterni come un qualsiasi frutto normale. In teoria, si lascerebbe tagliare a fette e a temperatura elevata la sua sostanza subirebbe notevoli modifiche. Furono soprattutto queste considerazioni a indurre il professor Giancarlo Venturi, fondatore dell’Istituto, a giudicare la cucumbra madre come un’anomalia della flora normale.

Per gli scienziati dell’Università di Bologna, invece, le germoglianti erano in origine germogli veri della cucumbra e sono ora in stasi parallela. La rassomiglianza della cucumbra con le zucche e le circostanze del suo ritrovamento vengono da essi considerate come pure e semplici coincidenze. Mettono in rilievo che sondaggi all’interno del grande frutto con il metodo Anten-Abrams non hanno rivelato né la presenza di semi né la pur minima alterazione di densità materica. Ciò che appare come la pelle da cui i germogli sembrano erompere, lacerandola, non è che il limite esterno della sostanza interna. Le germoglianti vi sono attaccate fortemente quasi ne facessero parte integrante. Le irregolarità della superficie, le bozze e i graffi longitudinali sarebbero, secondo i botanici bolognesi, di natura paramimetica.

Il professor Mario Federici, che stese il rapporto, considera ogni insieme nel quale figurano le germoglianti come un’unica, distinta entità parallela. Egli tende, infatti, a minimizzare l’importanza dei germogli a favore della matrice e parla di “cucumbra germogliante” e di “rizoma germogliante”, e con coerenza descrive persino le radici ambulans della cucumbra come un fenomeno parallelo, pur riconoscendo in esse caratteristiche non meno botaniche di quelle delle piante pietrificate della vallata del Chuhihu.

Per Venturi, invece, le radici appartengono alla botanica normale e nel contesto della cucumbra altro non sono che un caso fortuito. Originariamente, egli spiega, la cucumbra era adagiata sul terreno come una ordinaria zucca qualsiasi. Radici sottostanti, attratte dall’umidità che si formava nell’ombra, confluirono verso di essa e, per un lento processo di antiastasi penetrante, finirono per sollevare la cucumbra, staccandosi dal sistema radicale originario e trasformandosi, per mutazioni successive, in ambulans.

Per ciò che riguarda le germoglianti acquatiche, le tesi non sono meno divergenti e, benché gli elementi siano due anziché tre, le differenze di attribuzione a una botanica o all’altra rimangono le stesse. Per Venturi il rizoma subacqueo è un semplice rizoma capirens in fase di parallelizzazione, mentre per Federici esso fa parte integrale dell’insieme parallelo. Dove i punti di vista dei due scienziati concordano pienamente è nell’attribuzione e nella descrizione imotesica dei germogli. Entrambi esaltano l’alto livello di ambiguità delle piante e si chiedono se si è trattato all’origine di un improvviso arresto di sviluppo al momento della parallelizzazione o di una intenzionalità gestaltica precisa. La questione fu discussa a lungo al Congresso di Baden Baden. In tale occasione, gli scienziati sembravano propendere per la seconda tesi. Le germoglianti, quasi come i semi del giraluna, rappresenterebbero ciò che in termini umani si direbbe idea. Sono la forma programmata e definitiva di un significato, di un design, si potrebbe dire, della natura. Questo affiancare un contenuto, un “racconto”, al semplice fenomeno della autopresentazione è possibile solo nella botanica parallela. L’ambiguità che ne risulta è dovuta all’apparente incompatibilità fra la temporalità, senza la quale un’idea non può esistere, e la atemporalità che è conditio sine qua non delle piante che stanno di là dalla siepe. Le germoglianti, con il loro apparente slancio vitale che presuppone una storia e suggerisce un futuro, sono puntate aggressivamente verso il sole, come obici diretti a colpire e far esplodere l’ultimo (o il primo) mistero della materia vivente. Ma la loro amatericità inerte, la loro immobilità fuori dal tempo e solo illusoriamente collocata nello spazio, vieta loro qualsiasi partecipazione allo sviluppo delle cose dell’universo. Un’esistenzialità onirica, dunque, nella quale forma e significato sono una sola finzione materializzata, pendolare fra la luce della nostra percezione e il buio della loro autonomia.

Inselheim sostiene che le germoglianti sono piante italiane e a dimostrazione di questa tesi adduce numerosi argomenti paleontologici, geologici, meteorologici e toponomici. È vero che le uniche germoglianti che si conoscano sono state trovate nella nostra penisola. All’infuori dei tre esemplari menzionati, altre piante sono state segnalate o raccolte nel Gargano, a Castellina in Chianti, a Rocca di Faggio. Il Museo di Storia Naturale di Verona possiede due esemplari del tipo cucumbra acquistati di recente da un contadino di Caselle. Vi è ogni ragione di credere non solo che le germoglianti siano piante italiane, ma che dovrebbero essere fra le piante parallele più numerose e più facilmente accessibili. Purtroppo l’Italia è l’unico paese dove tuttora manchino leggi che tutelino la botanica parallela e provvedimenti che ne incoraggino le ricerche. Non trattandosi di vere piante e non potendosi d’altronde definire la loro consistenza in termini giuridicamente accettabili, la loro conservazione è seriamente minacciata. Questa flora ha molto da temere dal vandalismo domenicale e dall’ignoranza di dilettanti e speculatori. Il colonnello Di Bonino della Guardia Forestale rifiuta la sua responsabilità per cose che esulano dal regno vegetale. Il sottosegretario De Francisci, responsabile per l’ecologia nell’ambito dell’I.S.E., interpellato dall’Università di Bologna, si è espresso in termini assai vaghi, quasi ridicolizzando il problema. Il senatore Giuseppe Montaldin, presidente del Comitato per la Difesa dei Prodotti del Suolo, pur riconoscendo l’importanza scientifica delle germoglianti, nega loro le caratteristiche che le qualificherebbero come un prodotto del suolo, e Giovanni Amarà, dell’Istituto Nazionale per la Ricerca Scientifica, in un esposto al ministro Frateili, del resto simpatizzante e ragionevole, enumera fra i motivi della sua impossibilità d’intervenire il mancato allocamento di fondi, l’assenza di personale qualificato e soprattutto le difficoltà che deriverebbero dall’ingerenza dell’Istituto in un problema che non potrebbe con chiarezza essere spiegato agli uomini politici che ne controllano le attività.

Tratto da: Leo Lionni, La botanica parallela, Gallucci Editore