La democrazia liberale contiene una contraddizione intrinseca che è destinata a manifestarsi quando le condizioni materiali la rendono insostenibile. Stephen Marche lo vede chiaramente: gli Stati Uniti nascono come rivolta, come il gesto di spezzare le catene. La legittimità politica si fonda non sul consenso ordinato ma sulla capacità di rovesciare l’autorità. Questo è l’eccezionalismo americano, non una convinzione esplicita ma una struttura psicologica collettiva. Le istituzioni democratiche del 1776 cercavano di canalizzare questo impulso rivoluzionario, di contenerlo nelle forme della legge costituzionale. Ma è come mettere un freno a una forza che la società venera profondamente.
Quando il capitalismo entra in questa equazione—e il capitalismo è semplicemente la manifestazione naturale di questa stessa energia libertaria, l’accumulazione senza limiti, la competizione totale come valore supremo—si crea una società dove tutto ciò che le istituzioni dovrebbero frenare è esattamente ciò che l’economia celebra. Gli impulsi che la democrazia liberale cercava di limitare diventano il cuore del sistema economico. E allora le istituzioni iniziano a cedere non per attacco esterno, ma per contraddizione interna. Il leader che incarna il “gesto di spezzare le catene”—il disprezzo per i vincoli istituzionali—parla direttamente a questa parte della cultura che vede la democrazia come oppressione.
Ma qui viene il passaggio che Marche intuisce ma non sviluppa pienamente. Il vero collasso della democrazia non avviene quando le istituzioni cedono formalmente al capitalismo. Avviene quando il tessuto della società civile si polverizza e gli uomini smettono di riconoscersi come simili. Hannah Arendt comprese questo osservando il nazismo: il male totalitario non è ideologico, è banalmente l’assenza di empatia. È la capacità dell’uomo ordinario di smettere di vedere il diverso come umano.
In una società interamente organizzata intorno alla competizione individuale—dove il tuo vicino è un competitore, il tuo collega una minaccia al tuo stipendio, lo straniero una risorsa che ti “ruba il lavoro”—l’empatia non è solo difficile, diventa impossibile. Non è moralismo, è geometria sociale. Quando tutto il sistema economico e culturale ti insegna che gli altri sono nemici, non puoi più vederli come simili. Questo è il veleno di cui Marche parla: non è Trump, è la società che ha creato le condizioni affinché milioni di persone votassero per qualcuno che incarna il totale disprezzo verso l’altro.
A quel punto interviene il terzo elemento, quello che Julian Assange ha individuato con precisione terrificante: la sorveglianza di massa. Perché una volta che il leader che incarna l’indifferenza prende il controllo dello stato—e usa lo stato non per gouverner ma per consolidare il potere—il passo logico è inevitabile. Un autocrate sa che il potere assoluto richiede il controllo totale. Non solo della libertà di movimento, ma della libertà di pensiero, della capacità di organizzare resistenza, della possibilità stessa che l’empatia risorga.
La tecnologia moderna lo rende possibile in modo che nessun dittatore del passato avrebbe potuto immaginare. Ogni telefono è una telecamera. Ogni ricerca è registrata. Ogni comunicazione è tracciata. E la sorveglianza non è uno strumento di controllo aggiunto dall’esterno: è lo strumento che rende permanente la perdita di empatia. Trasforma l’atomizzazione temporanea della società civile in una struttura permanente dalla quale è impossibile sfuggire.
Quando una persona sa che ogni parola potrebbe essere usata contro di lei, non può più riconoscere l’altro come simile. Quando ogni riunione è sorvegliata, non è possibile costruire comunità di resistenza. Quando il sistema possiede il monopolio totale dell’informazione, non esiste possibilità di coordinamento collettivo. La sorveglianza di massa non è semplicemente uno strumento di oppressione: è la struttura che rende permanente e irreversibile il collasso della democrazia.
Ecco cosa è realmente accaduto. Non è stato un colpo di stato militare, come trent’anni fa. Non è stata una presa di potere di una élite nascosta. È stata semplicemente la logica della democrazia liberale che si compie fino al suo punto terminale. Una società costruita sulla contraddizione tra la celebrazione della libertà illimitata e la necessità di istituzioni che la limitano. Un’economia che premia la competizione totale e insegna agli uomini che l’altro è nemico. Una popolazione che, avendo perso la capacità di empatia, accoglie il leader che incarna questa indifferenza come liberatore. E uno stato che, una volta al potere, usa la tecnologia disponibile per eliminare qualsiasi possibilità di ritorno.
Trump non è il problema. Trump è il sintomo che il problema è già avanzato oltre il punto di non ritorno. L’assenza di empatia non è un incidente della politica contemporanea: è il risultato naturale di una società capitalista in fase terminale. La sorveglianza non viene imposta da una dittatura esterna: emerge naturalmente dal desiderio di potere totale combinato con la tecnologia disponibile.
E quando questi tre processi convergono—il leader che incarna l’indifferenza prende il controllo dello stato, quello stato possiede gli strumenti tecnologici per sorveglianza totale, e la società civile è già troppo atomizzata per organizzare resistenza—allora il collasso della democrazia diventa veramente irreversibile. Non perché sia stato pianificato, ma perché era l’unica conclusione logica possibile.
La democrazia liberale non è crollata per cause esterne. È crollata dalla logica interna che la costituiva. Era costruita su fondamenta contraddittorie e quella contraddizione, quando le condizioni materiali la rendono insostenibile, produce inevitabilmente il suo stesso annientamento. Questo è ciò che Marche, Arendt e Assange descrivono: non tre problemi separati, ma tre fasi di un unico processo logico. E questa è la lezione più terrificante: non è possibile fermare ciò che è già scritto nella struttura stessa.
Claude Villeneuve