L’ambientalismo senza lotta al capitalismo è giardinaggio

Questa frase, spesso attribuita a Chico Mendes, non è un semplice slogan: è una chiave di lettura radicale del suo pensiero e della sua azione politica. Mendes non concepiva la tutela dell’ambiente come un ambito separato, neutro o puramente tecnico. Al contrario, per lui la distruzione della foresta amazzonica era il risultato diretto di un modello economico fondato sull’estrazione intensiva delle risorse, sulla concentrazione della proprietà e sull’espulsione violenta delle comunità locali.

In questo senso, l’ambientalismo che evita il conflitto con il capitalismo — o che si limita a mitigarne gli effetti — diventa una pratica decorativa, rassicurante, compatibile con lo status quo. Da qui l’immagine provocatoria del “giardinaggio”: cura puntuale, locale, persino amorevole, ma incapace di incidere sulle cause strutturali della devastazione.

Nato nel 1944 nello stato dell’Acre, in Brasile, Chico Mendes era un seringueiro, un raccoglitore di lattice. La sua esperienza quotidiana nella foresta lo portò a comprendere che la sopravvivenza dell’ecosistema amazzonico era inseparabile dalla sopravvivenza delle popolazioni che lo abitavano e lo gestivano da generazioni.

Il suo impegno politico nasce come lotta sindacale: organizzare i lavoratori della foresta, difendere i loro diritti, opporsi agli allevatori e ai grandi proprietari terrieri che avanzavano con incendi e disboscamenti. Solo in un secondo momento, e quasi per necessità, questa lotta viene riconosciuta come “ambientalismo”. Ma è un ambientalismo atipico, profondamente sociale e politico.

Per Mendes la foresta non era un santuario intoccabile, né una risorsa da sfruttare senza limiti. Era un territorio abitato, vissuto, lavorato. Un paesaggio culturale nel senso più profondo del termine. Difendere l’Amazzonia significava quindi difendere un modo di vivere, una relazione equilibrata — e non romantica — tra esseri umani e ambiente.

Le riserve estrattive, uno dei contributi più innovativi del suo pensiero, nascono proprio da questa visione: aree protette non espellendo le comunità, ma riconoscendo il loro ruolo di custodi attivi del territorio. Una proposta che rompeva sia con la logica predatoria del mercato sia con certo conservazionismo elitario, spesso calato dall’alto.

Riletta oggi, la frase sul “giardinaggio” sembra anticipare molte critiche contemporanee al greenwashing e alla sostenibilità ridotta a branding. Mendes ci ricorda che non basta piantare alberi, certificare prodotti o progettare spazi verdi se il modello economico continua a produrre disuguaglianze, espulsioni e distruzione dei territori.

Il suo ambientalismo non è conciliatorio: è scomodo, espone al conflitto, mette in discussione rapporti di potere. Non a caso, questa posizione gli costò la vita. Chico Mendes fu assassinato nel 1988 per il suo impegno a favore della foresta e delle comunità locali.

Collocare oggi questa citazione all’inizio di un articolo non significa solo rendere omaggio a una figura storica. Significa interrogarsi su che tipo di ambientalismo pratichiamo e promuoviamo. È un ambientalismo che abbellisce, compensa, mitiga? O è capace di entrare nel cuore delle contraddizioni economiche e sociali che modellano i nostri paesaggi?

Chico Mendes ci invita a non separare mai ecologia e giustizia. A ricordare che il paesaggio non è solo forma, ma anche conflitto, lavoro, diritti. E che senza questa consapevolezza, anche il più verde dei progetti rischia di restare, appunto, semplice giardinaggio.

Chico Mendes, nato Francisco Alves Mendes Filho nel 1944 a Xapuri, nello stato dell’Acre, in Brasile, crebbe in una famiglia di seringueiros, raccoglitori di lattice. Fin dall’infanzia lavorò nella foresta amazzonica, seguendo il padre nelle attività di estrazione della gomma: un’esperienza che lo mise precocemente a contatto con la durezza del lavoro, ma anche con la conoscenza profonda del territorio e dei suoi equilibri.

Privo di un’istruzione formale regolare, imparò a leggere e scrivere solo in età adulta, grazie all’incontro con attivisti e sindacalisti impegnati nell’educazione popolare. Questo percorso di autoformazione fu decisivo: Mendes comprese che la povertà dei lavoratori della foresta e la distruzione dell’Amazzonia avevano la stessa origine, ossia la concentrazione della terra e lo sfruttamento intensivo imposto dai grandi proprietari e dagli interessi economici esterni.

Negli anni Settanta iniziò il suo impegno sindacale, organizzando i lavoratori rurali e promuovendo forme di resistenza non violenta contro il disboscamento, come i celebri empates, blocchi collettivi che impedivano l’abbattimento degli alberi. La sua azione contribuì a portare all’attenzione internazionale il legame tra diritti sociali e tutela ambientale.

Leader sindacale, attivista politico e figura centrale dell’ambientalismo brasiliano, Chico Mendes fu assassinato nel 1988 davanti alla sua casa a Xapuri. La sua morte rese evidente il prezzo del conflitto per la difesa del territorio, ma consolidò anche un’eredità che continua a influenzare il pensiero ecologista contemporaneo.

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