Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità di Venki Ramakrishnan

Il nuovo libro di Venki Ramakrishnan, premio Nobel per la Chimica, arriva in Italia con Adelphi con il titolo Perché moriamo. La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità. L’autore, con uno stile limpido e accessibile, ci guida attraverso le più recenti scoperte scientifiche sull’invecchiamento e sul significato stesso della morte, tema tanto inevitabile quanto rimosso nella società contemporanea. Ramakrishnan mostra come la morte non sia un evento improvviso e misterioso, ma il risultato di un lento accumulo di danni molecolari e cellulari che alla fine rompe la coerenza del nostro organismo. Non siamo programmati per morire, afferma, ma l’evoluzione ha privilegiato la riproduzione rispetto alla longevità: la nostra vita si spegne non per un disegno predeterminato, ma per l’imperfezione dei compromessi biologici.

Il libro si muove fra biologia, etica e filosofia, smontando illusioni di immortalità vendute dall’industria dell’anti-aging, che spesso sfrutta la paura della fine. Ramakrishnan invita invece a un approccio realistico: vivere meglio significa coltivare stili di vita sani, dormire bene, alimentarsi con equilibrio, riducendo il rischio di malattie legate all’età. Più che inseguire la promessa di vite infinite, il vero compito della scienza è comprendere come rendere dignitosa, significativa e libera da sofferenze la vita che ci è data.

Questa visione, radicata nella ricerca scientifica, trova un curioso contrappunto in un altro approccio millenario, quello dei monaci tibetani. Nella tradizione buddhista del Tibet, la morte non rappresenta una fine definitiva, ma un passaggio: il bardo, lo stato intermedio fra vita e rinascita, descritto nel celebre Bardo Thodol, noto in Occidente come Libro tibetano dei morti. Qui, l’accompagnamento del defunto non è biologico, ma spirituale: il morente viene guidato attraverso visioni e stati di coscienza che possono condurre, se vissuti con consapevolezza, alla liberazione dal ciclo delle rinascite.

I monaci tibetani insegnano a meditare quotidianamente sulla morte, non per temerla ma per imparare a vivere con pienezza. Alcuni maestri, giunti alla fine, restano in uno stato chiamato tukdam: il corpo non mostra segni di decomposizione, come se la coscienza, ancora presente, stesse attraversando il passaggio con serenità. È un modo di concepire la morte non come sconfitta, ma come parte di una continuità. Anche i riti funebri, come la sepoltura celeste — in cui il corpo viene offerto agli avvoltoi — testimoniano la naturalezza con cui la fine è integrata in un ciclo più ampio, dove nulla si perde e tutto si trasforma.

Il dialogo fra la scienza rigorosa di Ramakrishnan e la spiritualità tibetana non è tanto una contrapposizione quanto una risonanza: entrambi i percorsi, pur partendo da prospettive diverse, ci ricordano che il senso della morte sta soprattutto nel dare valore alla vita. Se la scienza ci mostra che l’immortalità non è a portata di mano, la saggezza tibetana ci invita a non viverne la mancanza come una sconfitta, ma come la più grande occasione per vivere con coscienza ogni istante.

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