Tagliare un buco nel rumore: Céline e gli Underworld

Ci sono accostamenti che sembrano improbabili finché non si ascolta ciò che

hanno in comune. Louis-Ferdinand Céline e gli Underworld appartengono a mondi

apparentemente inconciliabili: uno scrittore del Novecento, immerso nella miseria

umana, nella guerra, nel disincanto e nella febbre della parola; un gruppo

elettronico contemporaneo, nato dentro la cultura del clubbing e della musica

techno. Eppure, messi uno accanto all’altro, producono un cortocircuito

sorprendentemente preciso.

Da una parte c’è Céline, con la sua esasperazione per il mondo che parla,

racconta, giustifica, mente e continua incessantemente a raccontarsi. Dall’altra ci

sono gli Underworld di Gene Pool, immersi in un presente nel quale non siamo più

soltanto sommersi dalle parole, ma da immagini, notizie, fotografie e

rappresentazioni continue della violenza.

Il punto d’incontro è la saturazione.

Céline scrive come un uomo arrivato al limite della propria fiducia nelle parole.

Dopo trent’anni di discorsi, discussioni, spiegazioni e «cianciate», qualcosa si

spezza. Non c’è più voglia di avere ragione, né di conservare il proprio piccolo

posto tra i piaceri del mondo. Rimane soltanto una stanchezza radicale, quasi

fisica.

«Tagli via… Rinunci…»

È una frase che, accostata a Gene Pool, acquista un’eco inattesa.

Gli Underworld ripetono:

Cut a hole.

Taglia un buco.

Non spiegano. Non interpretano. Non propongono una teoria. È quasi un gesto

fisico: lacerare la superficie attraverso la quale ci arriva il mondo.

La parola e l’immagine

Céline appartiene ancora a un’epoca nella quale il problema principale è la parola.

La parola che racconta, convince, manipola, giustifica. La parola che pretende di

dare un senso alle cose e che, proprio per questo, può diventare una forma di

menzogna.Gli Underworld appartengono invece a un’epoca nella quale alla parola si è

aggiunta l’immagine.

«I look at the pictures / Surrounded by violence.»

Guardo le immagini. Circondato dalla violenza.

Non è necessario essere fisicamente dentro la guerra per esserne circondati. Basta

guardare. La violenza arriva attraverso uno schermo, una fotografia, un video, una

notizia. È continuamente presente, riprodotta, moltiplicata, rimessa in circolazione.

Céline era perseguitato dal rumore delle parole. Gli Underworld sembrano essere

perseguitati dal rumore delle immagini.

Una breccia nel flusso

Cut a hole in the news.

Taglia un buco nelle notizie.

È forse la frase più misteriosa del brano, ma proprio per questo può diventare il

punto di contatto con Céline. Non dice di cercare una nuova notizia. Non dice di

sostituire una verità con un’altra. Dice di aprire una breccia.

Come se il problema fosse diventato il flusso stesso.

Le notizie non finiscono mai. Le immagini non finiscono mai. Ogni evento viene

immediatamente seguito da un altro evento, ogni violenza da un’altra violenza,

ogni spiegazione da una nuova spiegazione. Il mondo continua a produrre discorso

su se stesso senza concedere quasi più alcun silenzio.

E Céline, quasi un secolo prima, arriva a un’intuizione simile:

«Saremo tranquilli solo quando tutto sarà stato detto, una volta per tutte, allora

finalmente faremo silenzio e non avremo più paura di star zitti.»

È un paradosso magnifico. Per poter finalmente tacere, bisogna prima dire tutto.

Ma il problema è che tutto non può essere detto. E allora la parola diventa

un’agonia.

«La verità, è un’agonia che non finisce mai.»

Qui Céline raggiunge forse il punto più radicale del suo discorso. La verità non

appare come una liberazione. È qualcosa che continua a tormentare perché non

può mai essere definitivamente esaurita dal linguaggio.E infatti la conclusione è terribile:

«La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire.»

Lacerare e ricucire

Gli Underworld non arrivano a una conclusione così definitiva. Ma Gene Pool

sembra muoversi nello stesso paesaggio mentale.

Bind me up.

La frase ritorna continuamente. Fasciami. Legami. Tienimi insieme.

È importante che venga ripetuta proprio dopo le immagini della violenza. Perché il

problema non sembra più essere soltanto quello di comprendere ciò che vediamo,

ma quello di non disgregarsi mentre lo guardiamo.

E qui il contrasto con Cut a hole diventa quasi perfetto.

Lacerare e ricucire.

Da una parte bisogna tagliare un buco nel flusso delle notizie, interrompere la

superficie continua delle immagini. Dall’altra bisogna essere tenuti insieme,

ricomposti.

Forse è questa la condizione dell’uomo contemporaneo: cercare una via d’uscita

dal rumore senza sapere più dove sia il silenzio.

Gene Pool

Il titolo stesso, Gene Pool, aggiunge un’altra dimensione.

Un gene pool è il patrimonio genetico condiviso di una popolazione, la riserva

comune nella quale siamo tutti immersi. È un termine scientifico, quasi

impersonale. Ma messo accanto a un testo che parla di violenza, immagini e

vulnerabilità individuale, assume una risonanza diversa.

Quello che vediamo non appartiene soltanto agli altri.

La violenza che entra attraverso le immagini entra anche dentro di noi, dentro il

nostro immaginario, dentro la nostra memoria, dentro quella sorta di patrimonio

umano comune che ci lega agli altri.

Céline guarda l’uomo e vede la menzogna, la sofferenza, la morte.

Gli Underworld guardano il presente e vedono un uomo sommerso dalle immagini

della stessa sofferenza.È cambiato il mezzo. Forse non è cambiata del tutto la condizione.

Il paradosso finale

E c’è infine un’ultima ironia, forse involontaria, che rende ancora più interessante

l’accostamento.

Céline parla della necessità di arrivare al silenzio. Ma per farlo deve scrivere.

Gli Underworld sembrano chiedere di aprire un varco nel flusso delle notizie. Ma lo

fanno attraverso una canzone, che a sua volta entra nel flusso infinito delle

immagini, dei suoni e delle informazioni.

Non possiamo semplicemente uscire dal rumore.

Possiamo forse soltanto tagliarvi dentro un’apertura.

Un piccolo buco.

Abbastanza grande da respirare.

E forse anche abbastanza grande da permettere finalmente al silenzio di entrare.

Céline lo chiamava il bisogno di non mentire più.

Gli Underworld lo trasformano in un gesto:

Cut a hole.

E subito dopo:

Bind me up.

Tagliare il rumore.

E, nel silenzio che rimane, cercare di restare interi.

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