Ernesto Che Guevara

Nel 1960, Jean-Paul Sartre entrò nell’ufficio di un giovane dirigente del governo cubano e ne uscì profondamente colpito. Quell’uomo aveva 31 anni, era medico, guerrigliero e presidente della Banca Nazionale di Cuba. Si chiamava Ernesto Che Guevara.
Sette anni dopo, quando il Che fu ucciso in Bolivia, Sartre avrebbe pronunciato un giudizio destinato a diventare celebre: lo considerava l’essere umano più completo della sua epoca.
Ma che cosa aveva visto in lui per arrivare a una valutazione tanto straordinaria?
Per comprenderlo bisogna tornare a una notte del febbraio 1960.
La Rivoluzione cubana aveva trionfato da poco più di un anno.
Fidel Castro e i suoi compagni avevano rovesciato il governo di Fulgencio Batista e stavano cercando di trasformare radicalmente le istituzioni, l’economia e la società dell’isola.
Il mondo osservava con attenzione.
Per alcuni, Cuba rappresentava la possibilità di costruire una società più giusta e indipendente dall’influenza statunitense.
Per altri, la rivoluzione stava già mostrando segnali preoccupanti di concentrazione del potere e repressione politica.
In quel clima arrivarono all’Avana due dei più importanti intellettuali francesi del Novecento.
Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir.
Erano stati invitati dal quotidiano Revolución e desideravano conoscere direttamente il nuovo governo cubano.
Durante il viaggio, che si svolse dal 22 febbraio al 20 marzo 1960, visitarono diverse zone dell’isola, incontrarono lavoratori, giornalisti, studenti e rappresentanti delle istituzioni.
Trascorsero molto tempo anche con Fidel Castro.
Ma uno degli incontri che colpirono maggiormente Sartre fu quello con Ernesto Guevara.
All’epoca il Che non era ancora l’immagine stampata sulle magliette e sui manifesti di mezzo mondo.
Era un dirigente rivoluzionario che, dopo aver combattuto nella Sierra Maestra, aveva assunto importanti responsabilità nel nuovo governo.
Dal novembre 1959 presiedeva la Banca Nazionale di Cuba.
Un incarico sorprendente per un uomo che aveva studiato medicina e trascorso anni tra viaggi e combattimenti.
Sartre e Beauvoir lo incontrarono nel suo ufficio, durante una visita notturna rimasta celebre.
L’orario era insolito.
Guevara lavorava fino a tarda notte e i suoi ritmi sembravano riflettere l’intensità dei primi mesi del nuovo governo.
Per Sartre, abituato a riflettere sul rapporto tra pensiero e azione, quell’uomo rappresentava qualcosa di particolarmente interessante.
Non era soltanto un teorico della rivoluzione.
Aveva combattuto personalmente per realizzare le idee nelle quali credeva.
Aveva lasciato il proprio Paese, attraversato l’America Latina e partecipato a una guerra rivoluzionaria che aveva cambiato il destino di Cuba.
Ora cercava di trasformare quelle convinzioni in decisioni economiche e politiche.
Era proprio questa combinazione a suscitare l’ammirazione del filosofo francese.
Una delle questioni centrali del pensiero di Sartre riguardava infatti la responsabilità dell’individuo di fronte alla storia.
Per lui, le idee non potevano essere completamente separate dalle scelte e dalle azioni delle persone.
L’essere umano doveva confrontarsi con le conseguenze concrete delle proprie convinzioni.
E Guevara, agli occhi di Sartre, sembrava incarnare quell’unione tra teoria e pratica.
Ma la storia del Che presenta anche aspetti che rendono impossibile ridurlo a una figura esclusivamente eroica.
Nel 1959, prima di assumere la presidenza della Banca Nazionale, Guevara aveva ricoperto un ruolo di comando nella fortezza della Cabaña, dove si svolsero processi rivoluzionari seguiti da esecuzioni capitali.
Il suo coinvolgimento in quel sistema di giustizia rivoluzionaria e repressione continua a essere oggetto di discussione tra gli storici.
Per i sostenitori della rivoluzione, Guevara rappresentava la lotta contro le disuguaglianze e il dominio straniero.
Per i suoi oppositori, era anche un dirigente che aveva sostenuto la violenza rivoluzionaria e contribuito alla repressione degli avversari politici.
Entrambi questi aspetti fanno parte della sua biografia.
Dopo l’incontro del 1960, le strade di Sartre e Guevara si separarono.
Il Che continuò a ricoprire incarichi nel governo cubano e a rappresentare l’isola in missioni internazionali.
Nel 1965 lasciò Cuba per partecipare a nuove iniziative rivoluzionarie all’estero.
Prima si recò in Congo.
Poi raggiunse clandestinamente la Bolivia.
In Bolivia tentò di organizzare una guerriglia contro il governo, ma la campagna si concluse con un fallimento militare.
L’8 ottobre 1967 venne catturato ferito dalle truppe boliviane.
Il giorno successivo fu giustiziato a La Higuera.
Aveva 39 anni.
La sua morte provocò reazioni in tutto il mondo.
Tra gli intellettuali che espressero ammirazione per la sua figura ci fu proprio Sartre.
Nel dicembre 1967 fu pubblicato un suo giudizio particolarmente significativo.
Il filosofo considerava Guevara non soltanto un intellettuale, ma l’uomo più completo della sua epoca, perché capace di essere al tempo stesso combattente e teorico, traendo le proprie idee anche dall’esperienza diretta della lotta.
Non era una valutazione imparziale.
Era l’opinione di un intellettuale politicamente impegnato, che attribuiva grande valore al rapporto tra convinzioni e azione rivoluzionaria.
E proprio le posizioni assunte successivamente da Sartre dimostrano quanto fosse complesso il suo rapporto con Cuba.
Negli anni Sessanta, il filosofo e Simone de Beauvoir cominciarono ad assumere posizioni sempre più critiche nei confronti di alcuni sviluppi del governo castrista.
Il distacco divenne evidente nel 1971, quando lo scrittore cubano Heberto Padilla fu arrestato e successivamente costretto a una pubblica autocritica.
Sartre e Beauvoir firmarono una lettera aperta indirizzata a Fidel Castro, insieme a numerosi altri intellettuali, per esprimere preoccupazione e criticare la repressione della libertà di espressione.
Era trascorso poco più di un decennio dal loro viaggio entusiasta all’Avana.
La rivoluzione che avevano osservato con speranza era diventata anche oggetto delle loro contestazioni.
Ed è proprio questo cambiamento a rendere storicamente interessante l’incontro con Guevara.
Non fu semplicemente la visita di un filosofo famoso a un rivoluzionario destinato a diventare un’icona.
Fu l’incontro tra due uomini che, in modi profondamente diversi, cercavano di dare una risposta a una delle grandi questioni politiche e filosofiche del Novecento.
Quale rapporto deve esistere tra ciò che una persona pensa e ciò che decide di fare?
Sartre vedeva in Guevara un esempio straordinario di coerenza tra idee e azione.
Ma la coerenza, da sola, non basta a stabilire se le conseguenze di quelle azioni siano giuste.
Anche questo è un insegnamento che emerge osservando la storia con la distanza del tempo.
Perché le convinzioni possono spingere le persone a compiere gesti di grande coraggio, ma possono anche essere utilizzate per giustificare decisioni violente.
Oggi Ernesto Guevara rimane una delle figure più riconoscibili e controverse del Novecento.
Jean-Paul Sartre continua a essere studiato come uno dei maggiori filosofi dell’esistenzialismo.
E quell’incontro avvenuto all’Avana nel 1960 conserva un significato particolare.
Un filosofo abituato a interrogarsi sulla libertà e sulla responsabilità umana si trovò davanti a un uomo che aveva trasformato le proprie convinzioni in un progetto rivoluzionario.
Ne rimase affascinato.
Anni dopo avrebbe espresso un giudizio di ammirazione eccezionale.
Ma la storia successiva avrebbe dimostrato quanto fosse difficile valutare una rivoluzione soltanto attraverso gli ideali dei suoi protagonisti.
Perché tra ciò che un uomo vuole cambiare e ciò che le sue azioni producono esiste sempre una distanza che soltanto i fatti possono misurare.

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