di PIERGIORGIO ODIFREDDI ( IL FATTO QUOTIDIANO )
Ricordo perfettamente quando mi sono imbattuto per la prima volta nel nome di Bertrand Russell: era l’estate del 1969. Mi ero appena diplomato geometra e mi apprestavo a iscrivermi a Ingegneria. Su una bancarella di libri usati vidi per caso la sua Introduzione alla filosofia matematica
(1919), e questo accostamento di discipline mi colpi. La matematica ce la insegnavano negli istituti tecnici, ma la filosofia era riservata ai liceali: che cosa potevano avere in comune questi due corsi di studio, separati a forza dal fascismo con la riforma Gentile del 1923? Comprai il libro, lo lessi e scoprii un mondo di cui non avevo mai sentito parlare: la logica simbolica di Frege, i numeriinteri di Peano, i numeri reali di Dedekind, gli aleph infiniti di Cantor, il paradosso di Russell, le tautologie di Wittgenstein… Affascinato dall’argomento, abortii il progetto di Ingegneria e mi iscrissi a Matematica: con gran delusione di mio padre, chesi preoccupava di come avrei potuto lavorare con quellalaurea.
Ma, in realtà, è proprio grazie alla matematica che non ho mai dovuto lavorare! Alme-no, non nel senso inteso da mio padre. Per combinazione, fin dal prim’anno d’università un corso di Teoria degli insiemi mi introdusse nel mondo annunciatomi da Russell. La logica matematica, già ben consolidata nel mondo anglosassone, stava ormai facendo capolino anche in Italia. Non c’erano ancora cattedre o insegnamenti ufficiali della materia, ma se ne potevano dare esami, mascherati dietro falsi nomi. Fini che la logica matematica divenne prima il soggetto della mia tesi di laurea, nel 1973, e poi il mio campo di ricerca, di insegnamento e di divulgazione, nel resto della mia vita. Sempre per combinazione, tra il 1969 e il 1970 furono tradotti in italiano i tre volumi della monumentale Autobiografia (1967-1969) di Russell, che lessi avidamente. E ancora una volta mi si apri un mondo nuovo, molto più ampio e articolato non solo della logica, ma anche della matematica. Scoprii che Russell, oltre che un pro-fessore, era stato anche un influencer ante litteram, nel senso migliore della parola. O, come si diceva allora, e si continua a dire ancora oggi, un “cattivo maestro”: cioè, un pensatore razionale e laico, che aveva influenzato intere generazioni su temi riguardanti la politica, la religione, la morale e l’etica
Nel1970, durante il mio primo viaggio in Inghilterra, non persil’occasione di visitare il Trinity College di Cambridge, che dapprima aveva avuto Russell frai suoi membri, e poi l’aveva radiato per il “reato di pacifismo” durante la Prima guerra mondiale. L’Introduzionealla filosofia matematica che aveva cambiato mia vita era appunto stata scritta in prigione, nel 1918. Così come la Storia della filosofia occidentale (1945), il suo capolavoro, Russell l’aveva scritta per sbarcare il lunario, dopoil licenziamento nel 1940 dalla cattedra al City College di New York, con l’accusa di aver divulgato “idee immorali”. Il filosofo matematico venne tardivamente premiato nel 1950, quasi ottantenne, con il Nobel per la Letteratura. E quando morì nel 1970, quasi centenario, era ormai considerato uno dei pensatori più influenti e significativi del Novecento. Per me è stato il primo maestro e nel corso della vita ho avuto il piacere di constatare che era tenuto in auge anche da alcuni dei miei più cari amici e colleghi: da Gabriele Lolli, che confidava orgogliosamente di aver letto tutti i suoi libri, a Noam Chomsky, che ne ostentava una gigantografia nel suo ufficio al Mit. Quest’ultimo aveva da tempo preso il posto di Russell come intellettuale en-gagé nel mondo anglosassone, in maniera quasi ufficiale. Nel 1971, nel primo anniversario della morte del filosofo, era infatti stato invitato al
Trinity College per inaugurare le annuali Russell Lectures, e aveva dedicato le sue due lezioni a Conoscenza e libertà (1972): cioè, alle due facce complementari dello studio teorico e dell’impegno pratico, caratteristiche delle multiformi attività sia di Russell, sia di Chomsky. I libri del secondo, da I nuovi mandarini (1969) a La fabbrica del consenso (1988), e la sua indefessa azione di demistificazione della narrativa ufficialedel. la politica statunitense in America Latina, e di quella israeliana in Palestina, mi fornirono l’antidoto che mi permise di superare indenne i miei “anni americani”: di studio prima, dal 1978 al 1980, e di insegnamento e di ricerca poi, dal 1985 al 2003. E in quegli anni ho avuto la fortuna di incontrare Chomsky più volte. In precedenza, tra la laurea in Italia e la partenza per gli Stati Uniti, mi aveva invece ispirato Jean-Paul Sartre, che in Europa era l’intellettuale engagé per eccellenza. Anche lui era stato direttamente legato a Russell, come presidente del Tribunale contro icrimini di guerrain Vietnam, eproprio in quelruolo ne avevo sentito parlare agli inizi. I suoi saggi, da L’idiota della famiglia (1972) a Ribellarsi è giusto (1975), mi diedero ispirazione e sollievo soprattutto nel periodo del servizio civile, quando ormai avevo assimilato il pacifismo e messo in pratica l’antimilitarismo, come accompagnatore di un cieco di guerra. Direttamente o indirettamente, dunque, Bertrand Russell è stato guida ed esempio. E questo è il mio tentativo di farlo conoscere anche ad altri, attraverso i suoi libri più significativi e le sue azioni più ispiratrici. Senza divinizzazioni o idolatrie, però, visto che proprio lui ci ha insegnato a non avere né dèi, né idoli. E con le dovute critiche, dunque, per segnalare gli errori nei suoi pensieri e i passi falsi nelle sue azioni: gli uni e gli altri, peraltro, inevitabili nella vita dei comuni mortali, compresi quelli eccezionali come lui. A ciascuno, e a tutti, auguro una buona lettura, nel segno di uno dei più grandi e influenti pensatori del Novecento.