Natalia Ginzburg

Nel 1972, all’indomani dell’attentato di Monaco, a Natalia Ginzburg viene chiesta un’opinione su quanto accaduto. Lei – ebrea per parte di padre – pubblica un articolo dal titolo “Gli ebrei” su La Stampa. Diversi sono i passaggi in cui la scrittrice interviene sulla gestione delle Olimpiadi e sulla risposta da dare ai terroristi. Poi si sofferma anche sull’operato più generale dello Stato di Israele.

“Nei confronti degli ebrei di Israele, credo di aver pensato che essi avevano diritti e superiorità sugli arabi. A un certo momento questa mi è sembrata un’idea mostruosa. L’ho strappata e calpestata con furia. Però mi sono accorta che una simile idea mostruosa l’avevo coltivata in me per molti anni come una pianta sul davanzale. Le nostre idee mostruose hanno la virtù di farci capire come è fatto il nostro paesaggio interiore. Le nostre idee mostruose dovrebbero anche avere la virtù di farci capire come sono fatti i nostri nemici, o quelli che usiamo chiamare i nostri nemici. Dopo la guerra, abbiamo amato e commiserato gli ebrei che andavano a Israele pensando che erano sopravvissuti a uno sterminio, che erano senza casa e non sapevano dove andare. Abbiamo amato in loro le memorie del dolore, la fragilità, il passo randagio e le spalle oppresse dagli spaventi. Questi sono i tratti che noi amiamo oggi nell’uomo. Non eravamo affatto preparati a vederli diventare una nazione potente, aggressiva e vendicativa. Speravamo che sarebbero stati un piccolo paese inerme, raccolto, che ciascuno di loro conservasse la propria fisionomia gracile, amara, riflessiva e solitaria, forse non era possibile. Ma questa trasformazione è stata una delle cose orribili che sono accadute. Quando qualcuno parla di Israele con ammirazione, io sento che sto dall’altra parte. Ho capito a un certo punto, forse tardi, che gli arabi erano poveri contadini e pastori.”

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